Moody’s avverte che un’interruzione prolungata nello Stretto di Hormuz potrebbe spingere i prezzi del gas in Europa ben oltre gli attuali livelli a termine, arrivando potenzialmente a superare i 100 euro per megawattora. Solo pochi mesi fa, uno scenario simile sembrava estremo. Oggi, con lo stretto di fatto paralizzato dal conflitto tra Iran, Stati Uniti e Israele, rappresenta invece uno dei rischi più concreti per l’approvvigionamento energetico europeo.
Italia e Belgio i paesi più esposti
Il report di Moody’s non lascia spazio a interpretazioni ottimistiche per l’Italia. Il rischio di carenze nelle forniture si concentra soprattutto in Italia e Belgio. Nel 2024, il Qatar ha rappresentato il 4% delle importazioni totali di Gnl per l’Italia e il 16% per il Belgio. In assenza di fonti alternative, questo potrebbe tradursi in deficit significativi nelle forniture interne.
Non a caso, l’Italia è stata tra i paesi europei più attivi sul piano diplomatico. A metà marzo, Roma e Parigi hanno avviato contatti preliminari con Teheran per garantire il transito delle navi europee, con l’obiettivo di ripristinare flussi ormai quasi inesistenti. Parallelamente, il 18 marzo, Regno Unito, Francia, Germania, Italia, Paesi Bassi e Giappone hanno firmato una dichiarazione congiunta per chiedere la libertà di navigazione nello stretto.
Non tutti i paesi europei sono ugualmente vulnerabili. Moody’s tratteggia un quadro differenziato:
Belgio: esposizione massima, con il Qatar a coprire il 16% delle importazioni totali di Gnl;
Regno Unito: importa il 6% del suo Gnl dal Qatar, pari al 2% delle importazioni totali di gas;
Spagna: esposizione modesta, circa il 2% delle importazioni di Gnl;
Germania e Francia: nessuna importazione diretta dal Qatar, quindi meno vulnerabili sul breve termine.
Il nodo degli stoccaggi
Il problema non riguarda solo l’emergenza immediata, ma anche le conseguenze nel medio periodo. Come sottolinea Moody’s:
Con lo stoccaggio di gas attualmente al di sotto della media a lungo termine, il rischio principale è rappresentato da un rallentamento delle immissioni in stoccaggio durante l’estate, che lascerebbe le scorte al di sotto dei livelli richiesti in vista della stagione invernale.
Anche nel caso in cui lo Stretto di Hormuz venisse riaperto entro maggio, l’impatto sui prezzi non si esaurirebbe rapidamente. Secondo le proiezioni di Icis, i prezzi resterebbero elevati per diversi mesi: intorno ai 65 euro/MWh a maggio, 40 euro a giugno e ancora circa il 10% sopra i livelli normali a luglio. La riapertura dello stretto, quindi, non coinciderebbe con un ritorno immediato alla normalità.
Cosa succede a Hormuz
La svolta è arrivata il 28 febbraio 2026, quando l’Iran ha dichiarato la chiusura dello Stretto di Hormuz in risposta agli attacchi militari congiunti di Stati Uniti e Israele.
Nel giro di poche ore, il transito di petroliere e metaniere si è ridotto tra il 40% e il 50% rispetto ai livelli precedenti. Entro l’8 marzo la situazione è ulteriormente peggiorata: il traffico è stato quasi completamente azzerato, con oltre 150 navi ferme fuori dallo stretto. Nello stesso periodo, il prezzo del Brent è aumentato di oltre 23 dollari al barile in una sola settimana.
Dallo Stretto di Hormuz passa circa un quarto del commercio mondiale di petrolio via mare e circa il 20% del commercio globale di Gnl. Non si tratta di una rotta secondaria, ma di un vero e proprio collo di bottiglia attraverso cui transita una parte fondamentale delle risorse energetiche del Golfo Persico verso il resto del mondo. Con il nuovo leader supremo iraniano Mojtaba Khamenei deciso a mantenere chiuso il passaggio, il quadro diplomatico resta estremamente complesso e incerto.








