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L’ora del referendum. Strategie dei partiti per il dopo voto

di Il Giornale della Giustizia
22/03/2026
L’ora del referendum. Strategie dei partiti per il dopo voto

Il 23 marzo 2026 coincide con l’inizio del 2027. Al di là del risultato, la chiusura delle urne per il referendum catapulterà la politica dalla campagna sulla giustizia a quella dell’anno prossimo per le elezioni, quando la posta in gioco sarà il governo. Giorgia Meloni non lascerà Palazzo Chigi in caso di stop alla riforma: la premier non ha legato le sorti del governo al voto di questi giorni. E anche le opposizioni non le hanno chiesto di dimettersi se prevarranno i “No”.
Ma una bocciatura avrebbe inevitabili riflessi sia sulla tenuta della coalizione e sui rapporti interni di maggioranza, sia sulla percezione che gli elettori hanno dell’Esecutivo. Quelli chiamati alle urne domenica (dalle 7 alle 23) e lunedì (fino alle 15) sono poco meno 51 milioni e mezzo (di questi 5 milioni e mezzo all’estero). Comunque vada, nella settimana post urne i due schieramenti dovranno prendere di petto tutti quei temi messi finora di lato per non minare la campagna referendaria.
In maggioranza sarà l’ora dei chiarimenti sui presunti affari del sottosegretario Andrea Delmastro con personaggi legati al clan Senese. E anche dell’avvio della discussione sulla legge elettorale, con l’ipotesi preferenze che sta creando qualche nervosismo. La proposta è depositata in Parlamento: dopo Pasqua, l’iter potrebbe cominciare in commissione Affari costituzionali della Camera. Per le opposizioni il tema sarà quello dei tempi per avviare il tavolo sul programma progressista: il M5s ha in cantiere una fase di ascolto dei simpatizzanti che potrebbe finire in estate. Ma nel Pd, come in Avs, c’è chi ha fretta di cominciare il confronto.    Senza considerare che ancora non è chiaro quante persone sarebbero invitate a sedersi: se anche gli esponenti di Più Europa e, soprattutto, di Iv. Mentre Azione sembra intenzionata a tenersi fuori. C’è poi da scegliere chi dovrà sfidare Meloni per Palazzo Chigi. E quindi, inevitabilmente, si riaprirà la discussione sulle primarie. Mentre è poco quotata l’ipotesi di un accordo fra i leader di partito, che cada su uno o una di loro o su una figura chiamata a federare le varie anime dello schieramento. Senza considerare gli assestamenti delle relazioni interne: come quelle fra il Nazareno e gli esponenti Pd – soprattutto ex parlamentari, ma anche l’eurodeputata Pina Picierno – che si sono spesi per il “Sì”.
Le ultime ore sono state quelle del silenzio elettorale, rotto solo dal segretario della Lega, Matteo Salvini, che sui social ha postato una locandina con scritto: “Sì”. A inquinare la tregua anche qualche episodio di cronaca. L’auto del presidente dell’Anm Cesare Parodi, sostenitore del “No”, è stata danneggiata sotto l’abitazione a Torino: finestrino in frantumi senza che dall’abitacolo sia stato portato via qualcosa. Mentre il presidente della Regione Lombardia, Attilio Fontana (Lega), ha ricevuto messaggi “gravi e inaccettabili” sotto un post con l’appello per il voto al referendum: “Se gli insulti e le minacce, ahimè, sono all’ordine del giorno – ha detto – sentirsi augurare la morte non può passare sotto silenzio”.
Per il resto, i colpi di coda della campagna elettorale sono arrivati dalle interviste sui giornali: “Dopo ottant’anni – ha detto Meloni a Il Secolo d’Italia – avremo un sistema nel quale i magistrati che non fanno il proprio dovere saranno giudicati da un organismo disciplinare terzo e imparziale e non più da un Csm eletto su base correntizia. Se c’è qualcosa di più odioso di un sistema che non garantisce che un magistrato paghi per i propri errori è un sistema che chiude gli occhi davanti a quegli errori”. A La Repubblica, la segretaria del Pd Schlein ha chiesto di votare No per evitare “una riforma sbagliata e dannosa, che indebolisce la magistratura, sfregia la Costituzione e non risolve uno solo dei problemi della giustizia”. Ma per la responsabile segreteria di Fdi, Arianna Meloni, “se vince il No – ha detto al Giornale – chi avrà inutilmente tentato la spallata al governo si ritroverà con una giustizia ancora imbrigliata dalle sue fragilità e la Meloni presidente del Consiglio”.

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